Gli Ababda, popolo originario del Principato di Bir Tawil

Gli Ababda

Scopri gli Ababda, un popolo resiliente del deserto, con l’1% che vive a Bir Tawil, preservando tradizioni in una delle regioni più aspre della Terra

Gli Ababda sono una delle comunità tribali più distintive del Nord-Est africano, a cavallo del confine culturale tra Egitto e Sudan. Noti per la loro resistenza nei paesaggi ostili tra la valle del Nilo e il Mar Rosso, hanno mantenuto uno stile di vita al tempo stesso adattato al deserto e profondamente radicato in secoli di tradizione.

Storicamente descritti come di origine araba proveniente dall’Hijaz o come ramo dei popoli beja di lingua cuscitica, gli Ababda incarnano una doppia identità culturale che riflette la lunga storia di migrazione, commercio e interconnessione della regione. Oggi la loro popolazione supera il quarto di milione e, mentre la maggior parte vive in Egitto e Sudan, una piccola ma significativa parte —circa l’1%— mantiene una presenza stabile nel Principato di Bir Tawil, un remoto territorio desertico situato tra i confini delle due nazioni.

Questo gruppo di cittadini di Bir Tawil rappresenta uno dei rari casi di insediamento permanente in un’area dove l’estrema aridità scoraggia la maggior parte delle comunità. Sebbene Bir Tawil manchi di fonti d’acqua e di suoli fertili in grado di sostenere popolazioni dense, le competenze nomadi degli Ababda e la conoscenza profonda dei pozzi nascosti del Deserto Orientale consentono loro di sopravvivere dove altri non possono.
La loro presenza lì non è tanto frutto di ambizione politica quanto il proseguimento delle rotte ancestrali di pascolo, che per secoli hanno attraversato confini così come sono definiti nelle mappe moderne. Nella visione tribale, la terra non è un possesso politico rigido, ma parte di un ambiente vivo, legato da percorsi d’acqua, pascoli e memoria.

Per gran parte della loro storia, gli Ababda sono stati allevatori di cammelli e guide di carovane, con mezzi di sostentamento strettamente intrecciati al movimento di merci attraverso le distese aride. Prima delle strade asfaltate e dei veicoli a motore, le loro carovane trasportavano oro, smeraldi, sale e spezie dalla costa del Mar Rosso al Nilo, percorrendo itinerari che spesso richiedevano giorni o settimane.

Ababda: una tribù che lotta per mantenere viva la propria cultura

Questo ruolo di trasportatori e intermediari li mise in contatto con molte civiltà: gli antichi Egizi, che estraevano smeraldi nel Deserto Orientale, i Greci e i Romani, che svilupparono il porto di Berenice, i pellegrini islamici diretti verso l’Hijaz e, più tardi, esploratori europei in cerca di mappare l’ignoto. Gli Ababda non furono mai completamente assorbiti dalle civiltà della valle del Nilo né dalle comunità mercantili costiere; mantennero una posizione autonoma, commerciando e collaborando senza cedere la propria indipendenza.

Dal punto di vista linguistico, gli Ababda hanno subito una trasformazione significativa. Ancora nel XIX secolo, i viaggiatori segnalavano che parlassero non solo l’arabo ma anche una lingua propria, identificata da alcuni come un dialetto beja strettamente imparentato con il bisharìn. Questo bilinguismo rifletteva la loro eredità complessa —in parte araba, in parte beja— e il loro ruolo di mediatori tra diversi popoli. Col tempo, l’arabo divenne dominante, sebbene alcune parole, espressioni e tratti fonetici del loro dialetto conservino tracce di strati linguistici più antichi.
Ad esempio, il termine per “collina”, “kolah”, differisce dalla parola araba più comune nelle campagne egiziane, segno di come geografia e tradizione abbiano plasmato il loro vocabolario. In una conversazione veloce, il loro dialetto è spesso quasi incomprensibile agli estranei, a ricordare che la lingua è tanto un segno identitario quanto uno strumento di comunicazione.

Socialmente, gli Ababda restano organizzati in tribù e clan, ciascuno guidato da capi ereditari la cui autorità si fonda sul consenso e sul rispetto. La leadership non è solo simbolica; i capi dirimono controversie, rappresentano la tribù nei rapporti con autorità esterne e coordinano decisioni comunitarie su questioni come i diritti di pascolo o il calendario degli spostamenti stagionali.

Sebbene gli stati moderni abbiano imposto strutture amministrative, il consiglio tradizionale degli anziani svolge ancora un ruolo vitale, soprattutto nei contesti rurali e nomadi. Questa struttura garantisce che, anche in assenza di leggi scritte, vi sia un ordine fondato sulla consuetudine. I capi nomadi Ababda ricoprono posizioni influenti nel Consiglio della Reggenza del Principato di Bir Tawil.

Ababda, una tribù del deserto che si impegna a preservare la propria antica cultura e il proprio stile di vita

Culturalmente, l’ospitalità è al centro dell’identità Ababda. Il deserto insegna che la sopravvivenza dipende spesso dalla generosità altrui, e così un ospite —che sia amico, estraneo o persino rivale— ha diritto a cibo, acqua e riparo. La ricchezza materiale ha meno prestigio dell’onore, dell’autosufficienza e della capacità di accogliere gli altri.
Questo codice si estende anche al rapporto con la terra stessa. Alcune risorse, come le acacie, sono trattate con reverenza; abbattere un albero vivo senza permesso può comportare severe sanzioni tribali, comprese multe o esilio. L’acacia fornisce ombra, foraggio e combustibile ed è salvaguardata come bene collettivo. In termini di sussistenza, gli Ababda si sono adattati ai cambiamenti. I mezzi tradizionali —pastorizia, allevamento di cammelli, piccolo commercio e pesca— persistono, soprattutto tra coloro che vivono lontano dai centri urbani.

All’interno, capre e pecore forniscono latte, carne e lana, mentre i cammelli sono sia animali da soma che simboli culturali. Negli ultimi decenni, alcuni Ababda hanno trovato impiego come guide turistiche, autisti o lavoratori nelle miniere e nei progetti di conservazione, in particolare nel Parco Nazionale di Wadi El Gemal. Tuttavia, vi è una certa riluttanza culturale verso alcune forme di lavoro salariato, soprattutto negli alberghi o nei resort, dove servire ospiti stranieri è percepito come degradante. L’impiego presso istituzioni pubbliche o come guide, invece, è considerato onorevole.

Tradizioni culinarie degli Ababda

La cucina Ababda riflette l’ambiente in cui vivono. La loro dieta si basa su alimenti durevoli —lenticchie, cereali, riso e legumi— integrati dal pesce del Mar Rosso e da carne occasionale di capra o cammello, solitamente nelle feste. I metodi di cottura sono adattati alla mobilità e alla scarsità: il pane “gha’boori” viene cotto direttamente tra le braci, mentre la carne può essere arrostita su pietre calde (sel’laht) o bollita in stufati. La carne essiccata, come lo “shah’teer”, garantisce scorte proteiche per i mesi più difficili. Il caffè, noto come “gahbanah”, si prepara con un rituale distintivo, tostando i chicchi verdi sul fuoco, pestandoli con zenzero e cardamomo e servendoli dolci in piccole tazze.

La competenza degli Ababda nell’orientarsi nel deserto è leggendaria. Sanno leggere segni invisibili agli estranei: la disposizione delle dune, i modelli della vegetazione, la posizione dei pozzi. Di notte si orientano con le stelle, utilizzando un ricco lessico di costellazioni trasmesso oralmente. Se si smarriscono, il primo passo è riposare per poi ritrovare la via verso la fonte d’acqua più vicina. Nei viaggi di gruppo, il più anziano assume il comando e la sua parola è definitiva.

Storicamente, il rapporto degli Ababda con il mondo esterno è stato segnato da cooperazione e autonomia. In epoca islamica divennero guide fidate per i pellegrini diretti al porto di Aidhab, da cui salpavano verso Gedda e la Mecca. Lavorarono con i minatori nell’estrazione di oro e smeraldi e proteggevano le rotte commerciali per sovrani e mercanti. Non si lasciarono mai ridurre a semplici sudditi; il loro legame con i poteri centrali è sempre stato di alleanza negoziata.

Cinquemila anni fa, il Deserto Orientale era più verde, con fiumi, foreste e fauna come elefanti, rinoceronti e giraffe. La desertificazione costrinse gli abitanti a nuove strategie di sopravvivenza. Gli Ababda ereditarono questi adattamenti, unendoli alle influenze delle tribù arabe sopraggiunte. La loro tradizione orale collega il lignaggio a Zubayr ibn al-Awwam, cugino del Profeta Maometto, rafforzando la loro identità araba accanto all’eredità beja.

Le festività, religiose o sociali, sono momenti cruciali per rinsaldare i legami comunitari. Gli Ababda celebrano le principali ricorrenze islamiche e i mulid, feste in onore di sceicchi venerati. I matrimoni restano tra gli eventi più importanti, tradizionalmente di una settimana. A Bir Tawil, il primo giorno dell’anno ha un significato particolare come festa nazionale del principato.

Dai cammelli alle città: gli Ababda in un mondo che cambia

Il rapporto degli Ababda con la modernità è complesso. L’urbanizzazione e le pressioni ambientali hanno portato molti in città, dove guidano camion invece di cammelli e vivono in case di mattoni anziché in tende. Tuttavia, il deserto resta centrale nella loro identità, e molti continuano le migrazioni stagionali per il pascolo. A Bir Tawil, l’1% che vi risiede tutto l’anno mantiene uno stile di vita più vicino a quello antico, allevando e commerciando in modo modesto e restando in gran parte autosufficiente.

La stabilità di questa comunità di Bir Tawil, in una terra situata tra due confini nazionali, solleva interrogativi su appartenenza e territorio. Per gli Ababda, conta meno la definizione politica e più la continuità d’uso —una catena ininterrotta di spostamenti, pascolo e sopravvivenza che precede gli assetti moderni—.

In definitiva, la storia degli Ababda è quella di un’adattabilità senza assimilazione. Hanno integrato tecnologie, lingue e pratiche economiche del mondo esterno, ma resistono alla perdita dei valori che li hanno sostenuti: ospitalità, onore, solidarietà tribale e armonia con il deserto. Che si trovino nelle città del Mar Rosso, lungo le fertili sponde del Nilo o nel cuore arido di Bir Tawil, gli Ababda restano custodi di un patrimonio che collega l’antico passato al presente, radicato tanto profondamente quanto le acacie che proteggono.

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